Autore Topic: Noi, i ragazzi del Web. Manifesto per una generazione anti-ACTA  (Letto 4002 volte)

Offline Dilling

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Il pezzo che trovate di seguito è del poeta e scrittore Polacco Piotr Czerski a cui era stato chiesto da un giornale locale (Dziennik Bałtycki) di scrivere un pezzo che aiutasse a spiegare la differenza  tra le generazioni “analogiche” e “digitali”.
Visto che, una delle caratteristiche più sorprendenti dell’ondata di manifestazioni contro l’ACTA che si sono svolte e si stanno svolgendo in Europa in queste ultime settimane e la giovane età della grossa maggioranza dei partecipanti, l’autore ha pensato di scrivere qualcosa di più, un testo che potesse offrire una sorta di auto-identità per tutte queste diverse persone che protestavano contro l’ACTA, usando la poetica del manifesto:
(Tradotto dall’originale in polacco all’inglese da Marta Szreder, ritradotto da yanfry per il Partito Pirata Italiano mentre i link per la traduzioni in altre lingue potete trovarli qui)

Noi, i ragazzi del Web.

Probabilmente non c’è un’altra parola così abusata dai media come ‘generazione’. Una volta ho provato a contare le ‘generazioni’ che sono state nominate negli ultimi dieci anni, dal famoso articolo sulla cosiddetta ‘Generazione senza nome‘, credo siano state ben dodici. Tutte avevano una cosa in comune: esistevano solo sulla carta. La realtà non ci ha messo a disposizione un unico tangibile, significativo, indimenticabile impulso, l’esperienza comune attraverso la quale ci possiamo sempre distinguere dalle generazioni precedenti. La stavamo cercando, ma invece il rivoluzionario cambiamento è arrivato inosservato, insieme con la TV via cavo, i telefoni cellulari e, soprattutto, l’accesso ad Internet. Ed è solo oggi che siamo in grado di comprendere pienamente quanto è cambiato nel corso degli ultimi quindici anni.Noi, i ragazzi del Web; noi, che siamo cresciuti con Internet e su Internet, siamo una generazione che soddisfa i criteri per il termine, in un modo un po’ sovversivo. Non abbiamo avuto un impulso dalla realtà, ma piuttosto una metamorfosi della realtà stessa. Ciò che ci unisce non è un comune, limitato contesto culturale, ma la convinzione che il contesto è auto-definito, un effetto di libera scelta.

Scrivendo questo, mi rendo conto che sto abusando del pronome ‘noi’, dato che il nostro ‘noi’ è fluttuante, discontinuo, sfocato, secondo vecchie categorizzazioni: temporaneo. Quando dico ‘noi’, significa ‘molti di noi’ o ‘alcuni di noi’. Quando dico ‘noi siamo’, significa ‘noi spesso siamo’. Io dico ‘noi’ solo per poter parlare di noi.

1.
Siamo cresciuti con Internet e su Internet. Questo è ciò che ci rende diversi, questo è ciò che rende cruciale, anche se sorprendente dal vostro punto di vista, la differenza: noi non ‘navighiamo’ e internet per noi non è un ‘luogo’ o uno ‘spazio virtuale’. Internet per noi non è qualcosa di esterno alla realtà, ma parte di essa: uno strato invisibile ma costantemente presente intrecciato con l’ambiente fisico. Non usiamo Internet, siamo parte e viviamo su Internet. Se dovessimo raccontarvi il nostro bildnungsroman, potremmo dire che Internet era parte di ciascuna singola esperienza che ci ha plasmato. Abbiamo creato una rete di amici e nemici online, abbiamo preparato bigini per i gli esami online, abbiamo pianificato feste e sessioni di studio online, ci innamoriamo e ci lasciamo online. Il Web per noi non è una tecnologia che dobbiamo imparare e che dobbiamo controllare in un modo o nell’altro. Il Web è un processo, evolve continuamente e continuamente si trasforma sotto i nostri occhi, con noi e attraverso di noi. Tecnologie appaiono per poi dissolversi nelle periferie della Rete, siti web vengno costruiti, fioriscono e poi spariscono, ma il Web continua, perché noi siamo il Web, noi, comunicando tra noi, in un modo che ci viene naturale, più intenso e più efficiente come mai prima nella storia dell’umanità.

Cresciuti sul Web la pensiamo diversamente. La capacità di trovare le informazioni è per noi qualcosa di così basilare, come lo è per voi la capacità di trovare una stazione ferroviaria o un ufficio postale in una città sconosciuta. Quando vogliamo sapere qualcosa – i primi sintomi della varicella, le ragioni del naufragio dell’ ‘Estonia’, o perchè la bolletta dell’acqua è sospettosamente alta – ci muoviamo con la stessa sicurezza di un guidatore in un auto attrezzata col navigatore satellitare Sappiamo che possiamo trovare le informazioni di cui abbiamo bisogno in un sacco di posti, sappiamo come arrivare in quei luoghi, sappiamo come valutare la loro credibilità. Abbiamo imparato ad accettare che, invece di una risposta ne troveremo molte di più, diverse tra loro e che da queste poteremo ricavare la versione più verosimile, trascurando quelle che non sembrano credibili. Selezioniamo, filtriamo, ricordiamo, e siamo pronti a sostituire le informazioni apprese con delle nuove, migliori, quando queste si presentano.

Per noi, il Web è una sorta di memoria condivisa esterna. Non c’è bisogno di ricordare i dettagli inutili: date, importi, formule, clausole, i nomi delle strade, definizioni dettagliate. E ‘sufficiente per noi avere un abstract, l’essenza necessaria per elaborare le informazioni e relazionarsi agli altri. Se abbiamo bisogno dei dettagli, possiamo cercarli in pochi secondi. Allo stesso modo, non c’è bisogno di essere esperti in tutto, perché sappiamo dove trovare persone che si specializzano in ciò che noi non conosciamo, e di cui possiamo fidarci. Persone che condivideranno la loro esperienza con noi, non a scopo di lucro, ma per la nostra convinzione condivisa che l’informazione esiste come flusso continuo, che vuole essere libera, che tutti noi beneficiamo dallo scambio di informazioni. Ogni giorno: studiando, lavorando, risolvendo i problemi quotidiani, perseguendo interessi. Sappiamo come competere e ci piace farlo, ma la nostra competizione, il nostro desiderio di essere diversi, è costruito sulla conoscenza, sulla capacità di interpretare ed elaborare le informazioni, e non di monopolizzarle.

2.
Partecipare alla vita culturale non è qualcosa fuori dal comune per noi: la cultura globale è il mattone fondamentale della nostra identità, più importante per definire noi stessi delle tradizioni, dei racconti storici, dello stato sociale, della stirpe, o del linguaggio che usiamo. Dall’oceano di eventi culturali prendiamo quelli che ci si addicono di più; interagiamo, li esaminiamo, salviamo le nostre recensioni su siti web creati per questo scopo, che ci danno anche suggerimenti di altri album, film o giochi che ci potrebbero piacere. Alcuni film, serie tv o video li guardiamo insieme con i colleghi o con gli amici provenienti da tutto il mondo; il nostro apprezzamento per alcuni di questi è condiviso solo da un piccolo gruppo di persone che forse non incontreremo mai faccia a faccia. Per questo motivo riteniamo che la cultura stia diventando allo stesso tempo globale ed individuale. È per questo che abbiamo bisogno di libero accesso ad essa.

Ciò non significa che chiediamo che tutti i prodotti della cultura siano a nostra disposizione a titolo gratuito, anche se quando noi creiamo qualcosa, di solito la lasciamo liberamente in circolazione. Siamo consapevoli che la creatività richiede sforzo ed investimento, nonostante l’accessibilità alle tecnologie di editing dei file audio o video, riservata sinora ai professionisti, è ora disponibile a tutti, Siamo pronti a pagare, ma l’enorme commissione che i distributori richiedono in cambio, a noi sembra evidentemente sovrastimata. Perché dovremmo pagare per la distribuzione di informazioni che possono essere facilmente e perfettamente copiate senza alcuna perdita di qualità dall’originale? Se possiamo ottenere da soli le stesse informazioni, vogliamo che il prezzo sia proporzionato. Siamo disposti a pagare di più, ma poi ci aspettiamo di ricevere qualche valore aggiunto: un packaging interessante, un gadget, una qualità superiore, la possibilità di guardare qui e ora, senza aspettare che il file sia scaricato. Siamo in grado di mostrare apprezzamento e vogliamo premiare l’artista (da quando il denaro ha smesso di essere carta ed è diventato una stringa di numeri sullo schermo, pagare è diventato un atto in qualche modo simbolico di scambio, che si suppone dia beneficio ad entrambe le parti), ma gli obiettivi di vendita delle imprese non sono di alcun interesse per noi. Non è colpa nostra se il loro business ha cessato di avere un senso nella sua forma tradizionale, e che invece di accettare la sfida e cercare di darci qualcosa di più di quanto possiamo ottenere gratuitamente, hanno deciso di difendere i loro obsoleti modelli di business.

Un’altra cosa: non vogliamo pagare per i nostri ricordi. I film che ci ricordano la nostra infanzia, la musica che ci ha accompagnato dieci anni fa: nella memoria esterna della rete questi non sono altro che ricordi. Ricordarli, scambiarli e svilupparli è per noi una cosa naturale come il ricordo di ‘Casablanca’ lo è per voi. Troviamo online i film che abbiamo visto da bambini e li mostriamo ai nostri figli, proprio come voi ci avete raccontato la storia di Cappuccetto Rosso e Riccioli d’oro. Riuscite a immaginare che qualcuno potrebbe accusarvi di infrangere la legge in questo modo? Noi nemmeno.

3.
Siamo abituati a che le nostre bollette vengano pagate automaticamente, a patto che il saldo del nostro conto lo consenta; sappiamo che aprire un conto bancario o la modifica del contratto telefonico si riduce a compilare un semplice modulo on-line e firmare un contratto consegnatoci da un corriere; e che un viaggio dall’altra parte dell’Europa con una breve visita ad un’altra città lungo il percorso, può essere organizzato in due ore. Di conseguenza, come utenti dello stato, siamo sempre più infastiditi dalla sua interfaccia arcaica. Non capiamo perché per fare una dichiarazione dei redditi dovremmo compilare diversi moduli cartacei, il principale dei quali ha più di cento domande. Non capiamo perché ci viene richiesto di confermare formalmente il trasferimento della residenza abituale da un’indirizzo ad un altro, come se i Comuni coinvolti non potessero comunicare tra loro senza il nostro intervento (per non parlare del fatto che la necessità di avere un indirizzo di residenza abituale è di per sé una cosa abbastanza assurda)

Non c’è traccia in noi di quella umile accettazione mostrata dai nostri genitori, convinti che le questioni amministrative siano di massima importanza e che considerano l’interazione con lo Stato come qualcosa che deve essere celebrato. Non sentiamo quel rispetto, radicato nella distanza tra il cittadino solitario e le maestose vette dove la classe dirigente risiede, appena visibili attraverso le nuvole. La nostra visione della struttura sociale è diversa dalla vostra: la società è una rete, non una gerarchia. Siamo abituati ad essere in grado di avviare un dialogo con chiunque, sia esso un professore o una pop star, e non abbiamo bisogno di qualifiche particolari, legate allo stato sociale. Il successo di tale interazione dipende esclusivamente dal fatto che il contenuto del nostro messaggio sia considerato importante e degno di risposta. E se, grazie alla cooperazione, la discussione continua, la difesa dei nostri argomenti contro le critiche, abbiamo la sensazione che le nostre opinioni su molte questioni siano semplicemente migliori, perché non dovremmo aspettarci un dialogo serio con il governo?

Non sentiamo un rispetto religioso per ‘le istituzioni della democrazia’ nella loro forma attuale, non crediamo nel loro ruolo assiomatico, come fanno coloro che vedono le ‘istituzioni della democrazia’ come un monumento per e di se stessi. Non abbiamo bisogno di monumenti. Abbiamo bisogno di un sistema che sia all’altezza delle nostre aspettative, un sistema che sia trasparente e competente. E abbiamo imparato che il cambiamento è possibile: che ogni sistema disagevole può essere sostituito e viene sostituito da uno nuovo, più efficiente, più adatto alle nostre esigenze, che offre maggiori opportunità.

Quello che apprezziamo di più è la libertà: libertà di parola, la libertà di accesso all’informazione e alla cultura. Riteniamo che è grazie alla libertà che il Web è quello che è, e che è nostro dovere proteggere questa libertà. Lo dobbiamo alle generazioni successive, così come si proteggere l’ambiente.

Forse non gli abbiamo ancora dato un nome, forse non siamo ancora pienamente consapevoli, ma credo che quello che vogliamo è reale, vera democrazia. La democrazia che, forse, non può neppure essere sognata dal vostro giornalismo.
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- “My, dzieci Sieci” di Piotr Czerski
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- Per contattare l’autore: Piotr [at] czerski.art.pl
Il Video del Manifesto in eng:
http://www.youtube.com/watch?v=l97P62-PY2s...player_embedded